Bugia instrumentum regni. Potere della menzogna, menzogna del potere.

Linguaggio e potere
Pisano

 


 


Mentire: paradossale esercizio di potere.


 


   Riflettere sulla menzogna significa sondare lo scarto che sussiste tra potere e  linguaggio nella vita quotidiana. Si mente parlando e la bugia è un peccato della lingua: le parole, riprendendo una bellissima metafora omerica, coprono e nascondono la realtà come una coltre di neve fitta che cade al suolo. Mentire è anche agire. È un’azione consapevole proiettata nel futuro, una strategia di controllo, algida geometria del calcolo e bilancio dei suoi effetti. Ogni menzogna è un duplice processo: occulta la verità sostituendone un racconto falso, distrugge e costruisce. Ha al suo centro una discrepanza tra ciò che viene pronunciato e le intenzioni reali di chi parla. Le parole menzognere esibiscono l’essere nell’apparire, non invertono il mondo, ma ne inventano un altro.


   La menzogna viene detta per ricavare un vantaggio pratico o personale, dal bottino di guerra al privilegio sociale o politico. Ha bisogno di un tu a cui rivolgersi, un destinatario che è presente anche nei casi di autoinganno[1]. C’è dunque una dimensione espositiva e relazionale, la bugia si staglia su una scena plurale, è interazione e implica  una certa reciprocità. Il bugiardo gioca un ruolo attivo, mentre l’ascoltatore uno passivo. Tuttavia non è improbabile che accada un rovesciamento, quando nella bugia perfetta l’ingannatore si auto-inganna[2]. Fantasia e immedesimazione sono ingredienti essenziali per una bugia ben riuscita. È un difficile esercizio di estraniazione: per diventare credibile bisogna indossare i panni dell’altro. Questo è il paradosso su cui si fonda ogni menzogna[3]. Il farsi altro del bugiardo viene compensato dal vantaggio pratico o personale a cui la menzogna mira. Mehr-haben-wollen è il fine di ogni inganno[4]. Dire una bugia è un esercizio di potere.


   Dalla finzione all’ipocrisia, dall’ironia all’imbroglio, dalla falsità alla dissimulazione,  fare una fenomenologia della menzogna non è un’impresa semplice per molte ragioni: sia perché è una questione che si può affrontare secondo approcci differenti, dal campo giuridico, antropologico, sociale, psicologico e neuroscientifico, sia perché si confronta per contrasto con la sincerità e dunque con la verità. Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, questo saggio propone alcune riflessioni a partire dall’inganno legittimo, una bugia particolare che rappresenta un unicum nella storia del pensiero: la nobile menzogna o menzogna del potere. Tralasciando valutazioni morali, la filosofia politica fin dal suo sorgere ha considerato l’inganno verso il popolo uno strumento politico necessario per preservare l’ordine sociale.



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[1]Cfr. S. Schmetkamp, Was ist falsch an der Lüge? Lüge als Verletzung von Achtung und Vertrauen, in «Deutsche Zeitschrift für Philosophie», 58 (2010) 1, pp. 127-143. L’autrice individua cinque condizioni necessarie affinché si possa parlare di menzogna: statement condition, untruthfulness condition, addressee condition, intention to deceive addressee condition, Grice condition (“Do not say what you believe to be false”).



[2]  È il caso di un aneddoto medievale riportato dalla Arendt, in cui si racconta di una sentinella di guardia ad un castello assediato che lancia un falso allarme e, vedendo i suoi concittadini mettersi in salvo,  si mette al riparo. Arendt osserva che: «più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie». H. Arendt, Crises of the Republic-Lying in Politics, Harcour Brace Jovanovich Inc. Book, San Diego-New York-London 1968; tr. it. La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers, in Id., Politica e Menzogna, a cura di P. Flores d’Arcais, Sugarco Edizioni, Milano 1985, pp. 85-120, p. 110.



[3]  Cfr. M. De Solemne, La sincérité du mensonge, dialogue avec Boris Cyrulnik – Paul Lombard – André Bercoff – Christian Delorme, Editions Dervy, Paris 1999. Cyrulnik dichiara che mentire  «è rispettare l’altro. Mentire esige, quindi, un’attitudine intellettuale estrema, che comporta una necessitò di accedere all’empatia e di rispettare il mondo mentale dell’altro, in modo da poter agire su di lui per manipolarlo secondo i nostri desideri. Si tratta di un’intersoggettività perfetta» (p. 17).



[4]  Cfr. A. Baruzzi, Philosophie der Lüge, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1996, p. 6.