To be and not to be. Recenti sviluppi della filosofia italiana

Lo sguardo di Cassandra
Vander

Ci occuperemo in questo scritto degli ultimi saggi di due dei maggiori filosofi italiani contemporanei. L’intento è quello di tenere desta l’attenzione su una scuola di pensiero, quella latu sensu italiana, che nonostante i mala tempora, riesce comunque a mantenere un suo profilo di originalità, sistematicità e soprattutto autonomia, fra i più interessanti nel panorama internazionale.

Naturalmente l’attenzione riservata a certi nuovi sviluppi della nostra filosofia non può andare scevra da sorveglianza critica, perché la responsabilità degli intellettuali è sempre direttamente coimplicata nella malvagitas dei tempora.

Nessuno meno degli intellettuali è attore ‘innocente’ del nostro Zeitgeist.

Passeremo al vaglio due dei migliori contributi della filosofia italiana dell’ultimo anno, tenendo sempre ferma la distinzione e contrapposizione fra ontologia e dialettica, una chiave interpretativa che usiamo ormai da anni e che crediamo dotata di un intatto valore euristico.

Avremo così l’occasione di una ulteriore verifica, della ricognizione di alcuni temi, problemi, ma anche soluzioni, come deve chiunque non si rassegni ad essere semplice spettatore dei nostri tempi di crisi sociale, politica, morale e senz’altro di civiltà.


1.

Hamletico Cacciari


L’ultimo libro di Cacciari è una riflessione sul concetto di finitezza. In questo senso Hamletica1 riprende il tema di fondo del ben altrimenti sistematico Della cosa ultima.

Finitezza della decisione. Della vita umana come continua scelta, azione, responsabilità; ma soprattutto decisione politica, con particolare riferimento alla natura, alle condizioni, ai limiti di questa.

In ultima istanza è a tema però la costituzione della finitezza. Che cosa significa che ogni ente è finito? O che ogni azione è finita? Qual è l’essere dell’ente finito?

È un tema che ritroveremo ampiamente in Severino, i due autori lo affrontano in contesti differenti, ma individuando un ambito problematico davvero decisivo che rappresenta il vero tratto di interesse del pensiero italiano contemporaneo e che merita attenta valutazione critica.

Amleto è un pre-testo mirabile, perché cifra di un’epoca, il ‘moderno’ ‘600 inglese, in cui “pur nell’universale insecuritas”, sembrava poterci esserci ancora, per l’uomo risoluto, la possibilità di “decidere”, di scegliere con nettezza, di orientare il corso degli eventi.

Amleto è vero che è insicuro, ma i termini dell’insicurezza sono chiari: “to be or not to be”. O l’uno o l’altro. È difficile scegliere, ma i termini della scelta sono incontrovertibili. Tertium non datur.

Il problema è però appunto: come pensare questa situazione? E a partire da quale pensiero pensarla? Se ogni crisi ha il suo pensiero, qual’era quello predominante nell’Inghilterra del ‘600?

Cacciari non nasconde l’influenza in quel contesto (e probabilmente direttamente su Shakespeare) di un grande pensatore italiano di fine ‘500: Giordano Bruno.

La nostra impressione è però che Cacciari sottoponga il pensiero di quel “meridionale ‘furioso’” ad una indebita riduzione metafisica. Una scelta ermeneutica dai riflessi diretti e immediati sulla interpretazione cacciariana della modernità, che è con ciò piegata in una direzione per noi esiziale (a questo tipo di responsabilità dell’intellettuale, in termini di orientamento ma anche stravolgimento di un’epoca, ci riferivamo all’inizio).

Ma andando per gradi. Di Bruno, Cacciari richiama il De la causa, principio e uno. Un testo di esplicito impianto dialettico al quale invece il riduzionismo metafisico di cui si fa promotore Cacciari impone un valore direttamente ontologico. Accade così che l’essere dell’ente finito venga ridotto ad un assoluto, ad “Essere sommo” (p. 13). Donde il problema: come può l’essere dell’ente, relativo per definizione, considerarsi assoluto? È poi giusto dire che l’essere è “nient’affatto separato e immanente, invece, alla universale motilità degli enti” (p. 13); così è senz’altro in Bruno, ma appunto perché immanente l’essere non può venir considerato assoluto, non mai “sommo”.

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1 M. Cacciari, Hamletica, Milano, Adelphi, 2009, pp. 133. Con riferimento a questo, come al libro di Severino, citiamo direttamente nel testo, ponendo la pagina fra parentesi dopo ogni passo citato.