Antropologia e morale: i linguaggi della ragione pratica

Linguaggio e potere
Feloj

 


 


“Non mi preoccupa affatto l’accusa che questa mia trattazione voglia introdurre un nuovo linguaggio[1]. Come è noto, la filosofia morale kantiana inaugura il discorso sulla ragion pratica che verrà condotto dai filosofi idealisti con linguaggi differenti e non equipollenti. Ciò che vorrei mostrare brevemente è che questi differenti linguaggi della ragion pratica trovano un terreno comune su cui dialogare nell’antropologia.


L’antropologia per Kant è quella disciplina fondamentale che deve rispondere alla domanda “che cos’è l’uomo?”[2] e, nel primo libro della Religione entro i limiti della sola ragione, la disposizione morale è descritta a partire da una definizione antropologica della natura dell’essere umano[3]. L’antropologia è, così, una disciplina essenziale per la morale kantiana, sebbene nell’Introduzione della Metafisica dei costumi Kant affermi che “l’opposto di una metafisica dei costumi, quale altro membro della suddivisione della filosofia pratica in generale, sarebbe l’antropologia morale, che però potrebbe indicare soltanto le condizioni soggettive della natura umana favorevoli all’adempimento delle leggi della metafisica”[4]. Soltanto a partire dalla sua idea di uomo e, dunque, soltanto a partire dalla risposta alla domanda “che cos’è l’uomo?”, Kant può, tuttavia, elaborare la propria teoria del secondo imperativo categorico[5].


Vorrei allora esporre le rielaborazioni della morale kantiana da parte di Reinhold e Fichte secondo una prospettiva antropologica, come differenti riletture della definizione kantiana dell’uomo. Punto di avvio sarà ciò che Kant afferma nella Critica della ragion pratica: “non bisogna dunque meravigliarsi se l’uomo, appartenendo a due mondi, debba considerare il proprio essere, rispetto alla sua seconda e suprema determinazione, con venerazione e le leggi di essa con massimo rispetto”[6]. Questa affermazione mostra in maniera evidente la natura essenzialmente antropologica del problema kantiano del rapporto tra ragione pratica e ragione teoretica.  


 


1. Kant: “Esiste una ragione pura pratica”


 


Come è noto, la Criticadella ragione pura è chiamata a limitare le pretese speculative della ragione teoretica; la Criticadella ragione pratica, di contro, non deve elaborare una critica limitativa della ragione pura pratica, ma deve limitare la determinazione della volontà da parte delle inclinazioni empiriche. Tra la prima e la seconda Critica vi è dunque un “parallelismo discorde”: mentre la prima Critica esibisce una limitazione verso l’alto, ossia rivolta all’avvicinarsi della ragione teoretica all’incondizionato, la seconda Critica è chiamata a realizzare una limitazione verso il basso, ossia a limitare la tendenza delle inclinazione sensibili a determinare la volontà.


Compito della Critica della ragione pratica sarà perciò quello di mettere in luce la presenza della ragione pura pratica nell’essere ragionevole finito; in altre parole, di definire l’uomo come soggetto morale, in quanto capace di determinare a priori la propria volontà.


Kant, tuttavia, nell’Introduzione della Critica della ragion pratica si chiede “se la ragione pura riesca, da sola, a determinare la volontà, o se invece possa essere un motivo determinante di essa solo in quanto sia empiricamente condizionata”[7]. Nella Erste Einleitung, in opposizione al pensiero wolffiano[8], Kant ritiene necessario distinguere tra ragion pura pratica e ragione empirico pratica: soltanto la prima può determinare la volontà nell’azione morale e nessun elemento empirico può agire come movente nell’azione morale[9]. La ragione empirico pratica può essere però posta al servizio della ragion pura pratica; essa gode, infatti, dell’evidenza dell’esperienza: che la felicità e le inclinazioni sensibili abbiano un ruolo nell’azione morale è del tutto evidente[10]. La ragione pura pratica, invece, poiché non determina la volontà in base a un oggetto riconosciuto come buono, ma in base all’accoglimento di un imperativo (Sollen), richiede una dimostrazione della propria esistenza[11]. Secondo l’interpretazione di Marco Ivaldo[12], la seconda Critica kantiana non si limita, tuttavia, a dimostrare l’esistenza dell’uso pratico della ragione pura, ma mostra anche il ruolo ontologico della ragione pura pratica. Essa, infatti, permette un accesso reale all’incondizionato, istituendo l’ontologia della prassi e indicando nell’incondizionato il principio costituente del mondo; come mostrerò più avanti, questa idea interpretativa permette di affermare l’antiformalismo del soggetto morale kantiano.


Per dimostrare l’esistenza della ragione pura pratica occorre mostrare che il soggetto ne viene a conoscenza grazie alla legge morale. Della legge morale, infatti, si ha coscienza immediata attraverso un concetto positivo, che si impone al pensiero come un devi (Sollen) categorico. La legge morale è radicata in ogni essere ragionevole finito, di essa si ha coscienza non appena si elaborano massime della volontà e si impone nell’autoriflessione su noi stessi. Riflettendo sulla propria natura di uomo, al soggetto morale si impone dunque la coscienza della legge della ragione pratica, che svela l’essenza morale dell’antropologia umana.


Si instaura quindi una circolarità che caratterizza il rapporto tra la legge morale e la libertà, laddove, come afferma Kant, la legge morale è la ratio cognoscendi della libertà e la libertà è la ratio essendi della legge morale[13]. Alla libertà spetta il primato ontologico per l’apertura di un campo dell’essere, l’incondizionato a cui accede la volontà libera, mentre il primato epistemologico spetta alla legge morale, che permette la coscienza della libertà.


La coscienza della legge morale non è certamente di tipo conoscitivo-logico e si impone immediatamente al pensiero dell’uomo, senza la mediazione di un oggetto sensibile. La coscienza della legge morale emerge, infatti, nella riflessione che l’uomo fa sulla propria condotta, attraverso un’operazione che potrebbe ricordare l’autoriflessione psicologica descritta nell’Antropologia[14].


 


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[1]              Kant’s gesammelte Schriften. Herausgegeben von der Königlich Preußischen Akademie der Wissenschaften, Berlin 1900 ss. (d'ora in poi AA), V, p. 10.



[2]              AA IX : 25.



[3]              Cfr. AA VI : 26-27.



[4]              AA VI : 217. In questo passo però sembra che Kant intenda con il termine antropologia una disciplina che ricorda più la filosofia empirico pratica di Wolff che l’antropologia definita nel testo del 1798 e nella Logica.



[5]              Cfr. AA IV : 429.



[6]              AA V : 87.



[7]              AA V : 15.



[8]              Cfr. AA XX : 196.



[9]              Cfr. L.W. Beck, A Commentary on Kant’s Critique of Practical Reason, University of Chicago Press, Chicago 1960, pp. 75 sgg.



[10]            A questo proposito è costante nelle tre Critiche il richiamo a Epicuro (cfr. AA V : 24).



[11]             Cfr. AA V : 24.



[12]             M. Ivaldo, Ragione pratica. Kant, Reinhold, Fichte, ETS, Pisa 2012, pp. 79-151.



[13]             Cfr. AA V : 4.



[14]             Cfr. AA VII : 127-128.