Alle origini della profetessa inascoltata

Lo sguardo di Cassandra
Mosconi

Un’ipotesi sulla Cassandra di Omero

Nella tradizione mitografica greca e poi romana Cassandra è sostanzialmente e paradigmaticamente nota come ‘profetessa inascoltata’: gli esempi, a partire dal teatro attico, sono numerosi, e tale è l’associazione fra Cassandra e profezia[1], sia pure non creduta, che in età ellenistica il poeta Licofrone costruirà un intero poema, l’Alessandra, nella forma di una lunghissima profezia di Cassandra-Alessandra in cui viene dipanata, attraverso oscuri[2]riferimenti in cui si vuole manifestare tutta l’erudizione mitografica e storica e il virtuosismo stilistico dell’autore, tutta la storia greca successiva alla guerra di Troia, fino all’età dell’autore[3]


L’argomento è ben noto, e basta un qualsiasi manuale mitografico moderno o antico (come la Biblioteca dello pseudoApollodoro) ad illustrare i vari aspetti della biografia mitico del personaggio.


La Bibliotecadello pseudoApollodoro così riassume in estrema ma efficace sintesi le notizie principali e la versione più comune sulla ‘storia’ del personaggio: con Creusa, Laodice e Polissena, Cassandra è una delle figlie di Priamo ed Ecuba; «a Cassandra Apollo, che desiderava possederla, promise di insegnare la mantica; lei imparò l'arte ma non voleva unirsi a lui; allora Apollo privò di credibilità i suoi vaticinii»[4]; quando gli Achei lasciarono il famoso cavallo di legno i Troiani, «certi che i nemici fossero fuggiti, trascinarono il cavallo in città, lo collocarono nei pressi del palazzo di Priamo e si consigliavano sul da farsi. Cassandra, e con lei anche l'indovino Laocoonte, sosteneva che il cavallo era pieno di guerrieri armati e allora alcuni volevano bruciarlo, altri gettarlo in un burrone, ma i più ritennero di doverlo risparmiare come offerta votiva»[5]; durante il saccheggio della città da parte degli Achei, «Aiace il Locrese vede Cassandra abbracciata alla statua di Atena e la violenta; per questo l'immagine della dea volge gli occhi verso il cielo»[6]; quando poi i Greci si spartiscono il bottino, «come premio d'onore, Agamennone ricevette Cassandra»[7]; infine Cassandra muore a Micene, perché «Agamennone, tornato a Micene con Cassandra, viene ucciso da Egisto e Clitemnestra insieme alla stessa Cassandra»[8].


Tuttavia la figura di Cassandra fa in realtà il suo ingresso nella letteratura greca senza alcun riferimento ad eventuali doti profetiche: omissione che non è mero accidente, ma che deriva proprio dal fatto che Cassandra non nasce nella tradizione greca affatto come profetessa, bensì solo come giovane fanciulla, oggetto d’amore e non autrice di allucinate profezie. Come avviene dunque la nascita di Cassandra profetessa inascoltata? Piuttosto che passare in rassegna i molti luoghi della tradizione antica sul personaggio (su cui esistono numerose dissertazioni e monografie)[9], vogliamo qui piuttosto cercare di lanciare una ipotesi su tale questione.


La prima menzione del personaggio mitico la si trova già in Omero, precisamente nell’Iliade, ma qui in realtà Cassandra è citata esclusivamente in quanto una fra le molte figlie di Priamo, prima nel XIII libro del poema (vv. 362-384), poi nel XXIV (vv. 697-709), senza che le siano attribuite in alcun modo doti profetiche.


Vediamo però i due passi da vicino: perché in essi, come cercheremo di mostrare in questa breve nota, c’erano già quegli spunti che la tradizione posteriore poi avrebbe potuto sfruttare per dar forma alla figura di Cassandra come profetessa, e in particolare come profetessa inascoltata, che diviene poi la tradizione vulgata relativa al personaggio.


Iliade, XIII, 362-384

Nel XIII libro dell’Iliade Cassandra è ricordata in quanto Priamo l’aveva promessa in matrimonio al guerriero Otrioneo, alleato dei Troiani,guerriero di cui viene appunto ricordata la morte nel corso di una mischia per mano dell’eroe greco Idomeneo:


«balzando sui Teucri, Idomeneo fece nascer la fuga,


perché uccise Otrioneo, che da Cabeso era giunto;


era venuto da poco al rumore di guerra,


e tra le figlie di Priamo la più bella chiedeva,


Cassandra, senza doni, ma prometteva gran cosa:


cacciare gli Achei loro malgrado da Troia.


E il vecchio Priamo promise e annuì


Che gliel’avrebbe data; e lui combatteva, credendo nella promessa.


Ma Idomeneo lo prese di mira con l’asta splendente,


lo colpì che superbo avanzava […]


[…]


Rimbombò stramazzando, si gloriò Idomeneo e gli gridò:


‘Otrioneo, io ti lodo sopra tutti i mortali,


se lo farai davvero tutto quel che hai promesso


al Dardanide Priamo: e lui t’ha promesso la figlia.


Oh, noi pure siam pronti a promettere e a mantenere


Di darti la più bella tra le figlie dell’Atride,


menandola d’Argo, perché tu la sposi, qualora con noi


tu venga a distruggere d’Ilio la città popolosa.


Ma vieni, che sopra le navi vogliamo trovarci


A parlar delle nozze: non siamo esigenti pei doni’


Dicendo così, per un piede lo trasse fra la mischia violenta


L’eroe Idomeneo; […]»[10].    


Come è evidente, la menzione di Cassandra è del tutto secondaria, ed è funzionale esclusivamente ad accrescere il patetismo della morte del giovane Otrioneo, che, nonostante le reciproche promesse scambiate con Priamo, non potrà godere della più bella delle sue figlie (v. 365: eidos aristen, ‘la migliore per aspetto’): il vero protagonista di questo breve excursus è non Cassandra, ma Otrioneo. Lo scarso rilievo di Cassandra – in questa fase della tradizione – è confermato peraltro dal fatto che anche la sua palma di ‘figlia più bella di Priamo’ non è indiscussa nella tradizione dell’epos omerico: nel VI libro dell’Iliade (v. 252) il titolo di eidos ariste, di «la più migliore per aspetto», cioè «la più bella», tocca ad un’altra delle figlie di Priamo, Laodice, personaggio di importanza del tutto secondaria nella tradizione mitografica; in Omero, insomma, sostanzialmente Cassandra ha solo la funzione di essere una delle figlie di Priamo. 


Ai commentatori antichi, ovviamente, doveva suonar strano che Omero, considerato tradizionalmente la fonte prima di ogni tradizione circa i personaggi del mito epico, pur citando il nome di Cassandra, non facesse invece cenno di quello che ne divenne il tratto più caratterizzante nella successiva tradizione, cioè la capacità profetica (cui si connette la condanna di non essere creduta). Per questo uno scoliasta (precisamente lo scolio bT a Il. XIII 365) giunge a glossare l’epiteto di ariste attribuito a Cassandra con l’espressione “ten ridesi ten manteca”: Cassandra sarebbe ‘ottima’ non per aspetto ma ‘per conoscenza dell’arte mantica’: tentativo disperato – visto che il testo omerico non lascia adito a dubbi – ma rivelatore della potenza della rappresentazione di Cassandra come profetessa in età antica che è quella, fra l’altro, cui si deve la notorietà moderna del personaggio. Anzi, l’accento del passo sembra cadere proprio sull’imprevedibilità delle umane vicende, o comunque sul fatto che spesso gli esseri umani sono condannati ad ingannarsi sulle loro future aspettative: Otrioneo si reca a Troia, convinto di potersi guadagnare in sposa una donna di rango principesco e di grande bellezza, ma il suo viaggio a Troia è, all’opposto, ragione della sua morte in giovane età, e questo poco dopo essere giunto a Troia (vd. v. 364)[11]; Priamo spera, concedendo la mano della figlia più bella, di guadagnarsi un alleato decisivo, ma ciò non avviene. Tanto Priamo quanto Otrioneo fanno grandi e impegnative promesse (il verbo utilizzato è hypischneomai): l’uno promette la figlia più bella; l’altro addirittura di cacciare gli Achei da Troia; entrambi si fidano della reciproca promessa (Priamo infatti accetta di dare in sposa la figlia «senza doni»: v. 366; Otrioneo – scrive esplicitamente Omero, al v. 369 – «combatteva fidando nella promessa»). Entrambi i personaggi, dunque, nel loro promettere, agiscono convinti di avere sotto controllo tanto il proprio futuro (Otrioneo prevede di sopravvivere alla guerra, di riuscire nel suo intento di cacciare gli Achei e quindi di avere Cassandra in sposa; Priamo prevede di uscire vittorioso dall’assedio greco e quindi di poter dare la figlia in sposa) quanto quello del loro interlocutore (Otrioneo pensa che Priamo ottempererà alla sua promessa, e che si troverà nelle condizioni di farlo; Priamo pensa che Otrioneo sarà in grado di assolvere al suo impegno di cacciare gli Achei): entrambi invece, si ingannano amaramente, sia per quanto li riguarda personalmente sia per quanto riguarda la sorte dell’altro.


Così non è un caso se le parole di scherno rivolte da Idomeneo ad Otrioneo ormai stramazzato in terra mirano viepiù a evidenziare il contrasto fra ciò che si promette, programmando il futuro, e ciò che davvero si realizza: «io ti lodo sopra tutti i mortali se lo farai davvero [in greco eteon] tutto quel che hai promesso al Dardanide Priamo: e lui t’ha promesso la figlia» (vv. 374-375)».


C’è da chiedersi se la successiva tradizione di Cassandra come profetessa inascoltata non tragga spunto proprio dall’amara ironia contenuta nella vicenda delle reciproche ‘previsioni sul futuro’ scambiate fra Otrioneo e Priamo. Oggetto di scambio per solenni promesse che poi il futuro non avrebbe permesso di realizzare, Cassandra era un candidato ideale per porsi, fra Otrioneo e Priamo, come un terzo personaggio capace di vedere l’inanità delle loro aspettative sul futuro: ma ciò solo a condizione di non essere creduta né dal padre né dal promesso (e non futuro!) sposo, perché altrimenti non si sarebbe verificata l’amara smentita che colpisce i due uomini e le loro promesse su un futuro poi non avveratosi[12].


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[1]Ma nella tradizione greca il mantis può profetizzare sia sul futuro, quanto sul presente e sul passato, cioè rivelare aspetti della realtà o eventi già svoltisi ma ignoti: vedi Sabina Mazzoldi, Chiaroveggenza e telepatia nelle fonti greche e latine, “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, n.s. 71 (2002), pp. 113-132 (con riferimenti alla Pizia e in particolare alla figura di Cassandra).



[2]Ma l’oscurità è caratteristica propria del linguaggio oracolare e profetico, nella tradizione greca come poi in quella successiva: vedi al riguardo il poderoso volume miscellaneo Sibille e linguaggi oracolari : mito storia tradizione (Atti del convegno Macerata-Norcia, settembre 1994), a cura di Ileana Chirassi Colombo e di Tullio Seppilli, Pisa, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1998. 



[3]La datazione di Licofrone o almento quella del testo a lui attribuito  è assai incerta, in ragione delle contraddizioni fra i dati biografici sul poeta offerti dalla tradizione antica e certi riferimenti ad eventi a lui successivi presenti nell’Alessandra: per un punto sulla questione si rimanda all’introduzione in Licofrone, Alessandra. Introduzione, traduzione e note di Valeria Gigante Lanzara, Milano, Rizzoli, 2000, nonché a Domenico Musti, Punti fermi e prospettive di ricerca sulla cronologia della Alessandra di Licofrone, in “Hesperìa”, 14 (2001), pp. 201-226.



[4][Apollodoro], Biblioteca, III, 12, 5. Su quest’opera, si rimanda all’introduzione e al commento in Apollorodo, I miti greci, a cura di Paolo Scarpi (traduzione di Maria Grazia Ciani), Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 20016: le citazioni seguono appunto la traduzione di M. G. Ciani.



[5]Epitome, V 16 (della Biblioteca dello pseudo-Apollodoro possediamo una duplice epitome, che conserva parti del testo principale perdute).



[6]EpitomeV 22.



[7]Epitome, V 23.



[8]EpitomeV 23.



[9]A. Willem, Cassandra, roman des temps héroïques, Bruxelles, 1934; J. Davreux, La légende de la prophetésse Cassandre, Liège, E. Droz, 1942; K. Ledergerber, Kassandra, Diss., Freiburg (Schw.), 1950;Pascale-Anne Brault, Prophetess doomed: Cassandra and the representation of truth, New York University, 1990; Sabina Mazzoldi, Cassandra, la vergine e l’indovina: identità di un personaggio da Omero all’ellenismo, Pisa, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2001. Per i lettori di “Leùssein”, si rimanda al rapido schizzo di storia della tradizione antica su Cassandra delineato nelle prime pagine dell’articolo di Cinzia Giorgio, Profetessa di sventure. Alcuni esempi di rielaborazione del mito di Cassandra nella letteratura occidentale, comparso in “Leússein”, 2 (2009), pp. 79-89 (sulla tradizione antica pp. 79-85).



[10]Iliade, xxiii, vv. 362-384; traduz. Rosa Calzecchi Onesti.



[11]Un elemento patetico che verrà non a caso sfruttato da Virgilio (autore ben più sensibile di Omero, per differente contesto culturale e per personale temperamento, al dramma della ‘morte del giovane’ in guerra): nel II libro dell’Eneide, assieme ai Troiani che combattono nell’ultima disperata difesa di Troia in cui ormai sono penetrati gli Achei, v’è pure «il giovane Corebo, / figlio di Migdone, venuto per caso in quei giorni / a Troia, acceso da folle amore per Cassandra: / in qualità di genero portava aiuto a Priamo /ed ai frigi, infelice che non aveva ascoltato i consigli / della sposa ispirata» (vv. 341-346; traduz. Luca Canali): il ‘per caso’ (forte) accresce il pathos della vicenda di Corebo, che si reca a Troia proprio nei giorni fatali. Quando poi Corebo, accorso a difesa della reggia, vede la ‘sua’ Cassandra trascinata via dal tempio di Atena per essere oltraggiata da Aiace, egli si getta nella mischia, dove trova ben presto la morte per mano dei Greci (vv. 403-426). Corebo è ignoto ad Omero, ma compariva in uno dei poemi del ciclo epico, la PiccolaIliade(vedi Pausania, X, 27), dove già si dice che era giunto a Troia per il matrimonio con Cassandra (cfr. [Euripide], Reso, 539). Il rapporto fra l’episodio della morte dell’Otrioneo omerico e quello della morte del Corebo virgiliano fu già richiamato da Macrobio (Saturnalia, V, 5, 7-8); in particolare spicca il fatto che anche in Omero si dica che Otrioneo era giunto «da poco» (v. 364) a Troia così come Virgilio scrive che Corebo era giunto illis…diebus (v. 362).  Cassandra è ancora ricordata nell’Eneide in III, 182-187, quando un affranto Anchise deve constatare che già Cassandra aveva profetizzato la necessità per Enea e i suoi di giungere in Italia: «chi allora credeva alle profezie di Cassandra?» (v. 187). 



[12]Questo è quanto viene detto espressamente detto da Virgilio in relazione alla sorte di Corebo, che era giunto a Troia dove trova la morte proprio perché «non aveva ascoltato i precetti della sposa ispirata» (vv. 345-346: qui non sponsae praecepta furentis audierit).