“La forma matura del Cristianesimo demitizzato” – perché?

Jan Patočka. Tra declino dell’Europa e orizzonte asoggettivo
Frei

“La forma matura del Cristianesimo demitizzato” – perché?

            Il mio contributo[1]prende le mosse dalla conclusione della conferenza  di Patočka del 1973 sui pericoli insiti nella tecnica. Com’ è noto, Patočka in quell’ occasione avanzò in modo prudente l’esigenza di ricercare “la forma matura del Cristianesimo demitizzato”.

            Quattro anni orsono Ludger Hagedorn, in occasione della Conferenza di Praga dedicata a Patočka, dimostrò che al centro delle più tarde riflessioni di quest’ultimo vi fosse la kenosis, cioè il concetto più paradossale, “eretico” e fondamentalmente non-mitologico del cristianesimo. È il pensiero che Dio si sia umiliato fino a morire come uno schiavo e che sia morto come un ribelle e un malfattore. (Aggiungerei: l’elemento “non-mitologico” e antimitologico è dato probabilmente dalla circostanza che questa kenosis sia un evento che in linea di principio dovrebbe avere una data precisa nel tempo storico.) Considero convincente questa interpretazione; condivido anche il pensiero che questo tema stia alla base di tutta la filosofia di Patočka – si pensi solo al ruolo della vittima, dell’abnegazione, del ‘conquistare se stessi’ attraverso la rinuncia e al ‘sacrificio di se stessi’ al crollo di ogni senso parziale e relativo ecc.[2]

            Nonostante ciò ritengo che possa avere un senso chiedere ancora una volta: da dove proviene questa richiesta di un Cristianesimo demitizzato? Secondo Patočka infatti – anche nelle conferenze più tarde – il mito è una forma di verità, e più in particolare una forma che, nel corso della storia, non può essere completamente superata, alla quale anche ai giorni nostri non ci si può sottrarre completamente e che continua e deve continuare ad appartenere necessariamente alla nostra vita.[3]

            In una conferenza privata (del 1975) tenuta a un gruppo di teologi Patočka parla espressamente del fatto che un accesso al divino è possibile solo in un mondo naturale  (e quindi in un certo senso mitico) e che anche il Cristianesimo abbia qui le sue radici. Da dove proviene dunque l’appello a ricercare un Cristianesimo demitizzato?

            Vorrei proporre una possibile risposta e discuterla in questa sede.

 

            Nelle ultime riflessioni di Patočka il cristianesimo viene sia affrontato nell’ambito delle sue considerazioni di filosofia della storia, sia nell’ambito tematico relativo alla cura dell’anima. (Quando nella kenosis si parla del Cristianesimo, affiorano tutti i termini fondamentali della cura dell’anima: l’anima, l’evoluzione, la decadenza, la lotta per la verità della propria vita, la responsabilità). Qui vorrei occuparmi dell’ultima, cioè della cura dell’anima, anche se è impossibile trascurare completamente la storia, dato che per Patočka lo stato attuale della cura dell’anima è determinato dall’evoluzione storica europea e in particolare dal grande sovvertimento avvenuto nel XVI e nel XVII secolo.

            A partire da questo sovvertimento (secondo Patočka) il tema della cura dell’anima viene sempre più rimosso, in particolare a causa di due tendenze. La prima consiste nel fatto che rispetto alla cura dell’anima ora prevale la preoccupazione per il mondo esterno.[4] A tal proposito citerò subito Eric Voegelin, ma posso sin da ora affermare che anche per quest’ultimo uno dei mali principali della prima modernità sta proprio in questo fatto: cioè che (sotto l’influsso delle nuove scienze) la ragione attiva nell’osservazione del mondo esterno viene in un certo senso monopolizzata come modello della ragione in assoluto, e che  correlativamente vengano trascurati gli aspetti esistenziali della ragione. Si tratta proprio di quegli aspetti che, secondo Voegelin, definiscono l’umanità dell’uomo. Per la cura dell’anima intesa secondo Patočka, questa prima tendenza, il rivolgersi a ciò che è esterno, di per sé non è nociva, dato che la cura dell’anima avviene proprio in questo mondo dei sensi – come cosmologia e politica. Diventa dannosa solo se rapportata ad una seconda tendenza che consiste nel favorire il risultato rispetto al contenuto, il dominio del mondo rispetto alla sua comprensione[5]. La disamina, la comprensione – il voler comprendere: questa è la cura dell’anima – vengono posti sullo sfondo rispetto alla tecnica ed al dominio della tecnica.

            Questo processo ha diverse cause, delle quali ne vorrei brevemente richiamare due. Da un lato esso è causato dalle nuove scienze naturali: svanisce il cosmo ordinato, la cui gerarchia parte dalla terra imperfetta sino alla sfera celeste vista come perfezione e al suo posto subentra uno spazio infinito, ontologicamente livellato. A causa di ciò l’uomo perde i supporti sensibili per il proprio perfezionamento; tanto più si schiude lo spazio per interventi di dominio sul mondo, per una scientia activa et operativa.[6]

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[1]Letto in occasione del Workshop „Christianity Unthought. Patočka’s Concept of Religion and the Crisis of Modernity“ (Vienna, 7.-9. Aprile 2011).

[2]Ludger Hagedorn, Beyond Myth and Enlightenment: On Religion in Patočka’s Thought, in: I. Chvatík, E. Abrams (a cura di), Jan Patočka and the Heritage of Phenomenology. Centenary Papers, Dordrecht etc. 2010, p. 245-261.

[3]Jan Patočka, Platone e l’Europa. traduzione  di M. Cajthaml e G. Girgenti, Milano 1997, p. 72 sgg..

[4]Jan Patočka, Saggi eretici sulla filosofia della storia, Torino 2008, p. 92

[5]Ivi, p. 95

[6]Alexandre Koyré, From the Closed World to Infinite Universe, Baltimore 1957