“Disfare e rimutare di continuo le cose di quaggiù”: appunti su moda, morte e civiltà in Leopardi

Linguaggio e potere
Aloisi

 


 


[La socialité absolue et parfaite] consisterait en une vie urbaine si intense, que la transmission à tous les cerveaux de la cité d’une bonne idée apparue quelque part au sein de l’un d’eux y serait instantanée.


Gabriel Tarde, Les lois de l’imitation


 


Premessa


Le considerazioni di Leopardi sulla moda si dimostrano per molti versi ancora estranee ai problemi che nei pensatori successivi, specie novecenteschi, andranno a sovrapporsi e a intrecciarsi alle analisi di questo fenomeno. Tuttavia, proprio per questo, la riflessione leopardiana sembra permetterci di cogliere per così dire allo stato puro l’essenza della moda, intesa come fenomeno imitativo costitutivamente ambivalente e caratterizzato da una relazione intrinseca con il tempo.


Leopardi sottolinea in particolare tre aspetti della moda che sembrano corrispondere a tre possibili modalità del suo rapporto con il tempo, da intendersi sia in senso cronologico sia in senso storico: 1. la moda si presenta innanzitutto come un fenomeno “cosmico” o come una potenza metafisica in tutto simile alla morte e, in quanto tale, senza tempo; 2. la moda è considerata inoltre come un aspetto della civilizzazione e, più in particolare, come un fenomeno tipico della vita moderna e del tempo presente; 3. la moda si presenta infine come un fenomeno imitativo di natura propriamente sociale, motore del divenire o della trasformazione e come tale essenzialmente diverso dall’usanza o dalla consuetudine. In questo contributo vorrei provare ad analizzare, senza alcuna pretesa di esaustività, questi tre aspetti dalla moda, facendo riferimento in particolare alDialogo della moda e della morte ead alcuni brani dello Zibaldone. Nella conclusione vorrei accennare inoltre ad alcune implicazioni che la concezione leopardiana della moda sembra conoscere nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani[1].


 


1.   La moda e la morte come potenze metafisiche


Partirò dal primo aspetto della moda, che è il più generale e di cui gli altri due non sembrano essere altro che specificazioni. Questo primo aspetto si trova espresso in particolare nel Dialogo della moda e della morte, composto nel febbraio del 1824. Qui Leopardi sembra voler fare della moda una vera propria “figura di metafisica potenza”[2], paragonabile a quella della morte e come quest’ultima “immortale”, senza tempo. Non diversamente dalla morte, anche la moda si presenta semmai come un’esteriorizzazione del tempo, cioè come una manifestazione sensibile del divenire di tutte le cose. Normalmente, leggendo questo Dialogo, ci si sofferma più sulla perturbante somiglianza tra la moda e la morte che sulla genealogia mitica inventata da Leopardi e che forse è il vero e proprio nucleo concettuale dell’operetta.Tema centrale di questo Dialogo è appunto la “caducità” di tutte le cose, e più in particolare delle cose umane, il loro essere cioè “fuggitive”, transitorie, effimere, soggette al tempo e al divenire. Quando la caducità riguarda i corpi o le particolari configurazioni della materia si chiama “morte”; quando riguarda invece gli usi, i costumi, le pratiche, le abitudini, le idee o le opinioni, si chiama “moda”. In questo senso, secondo Leopardi, la moda e la morte sono sorelle, sono cioè due aspetti o due nomi diversi della stessa realtà, che è appunto la caducità, il tempo o il divenire di tutte le cose.


“Nostra natura e usanza comune – dice appunto la moda alla morte con parole che sembreranno risuonare nel Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, scritto nel ‘27– è di rinnovare continuamente il mondo”[3]. In effetti, non diversamente dalle “forze eterne della materia” di cui si parla nel Frammento e la cui funzione è appunto quella di ridisegnare continuamente l’ordine dei mondi o, spinozianamente, la faccia sempre cangiante dell’universo[4], anche la moda e la mortetendono “a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù”[5]. Al pari della “forze eterne” che agitano la materia in ogni direzione, anche la moda e la morte sembrano presentarsi cioè come delle potenze cosmiche impersonali e sovraindividuali[6],il cui operare, ciclico e senza tempo, investe indifferentemente antichi e moderni, selvaggi e civilizzati[7]. Tuttavia, a differenza della morte, la moda opera sul piano della cultura o della “seconda natura”, la quale si rivela, non meno della prima, un “perpetuo circuito di produzione e distruzione”[8]. E come la seconda natura risulta per molti versi essere più forte della prima, così, alla fine in questo dialogo, anche la moda si rivelerà essere più forte della morte.


 


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[1]Gli scritti di Giacomo Leopardi sono citati dalle seguenti edizioni: Operette morali, a c. di C. Galimberti, Guida, Napoli,1998 (d’ora in avanti OM); Zibaldone di pensieri, edizione critica e annotata a c. di G. Pacella, 3 voll., Garzanti, Milano, 1991 (d’ora in avanti Zib. seguito dalla pagina dell’autografo e dalla data); Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, introduzione di M.A. Rigoni, testo critico di M. Dondero, commento di R. Melchiori, Rizzoli, Milano, 1998.



[2]Galimberti, nota introduttiva al Dialogo della moda e della morte (OM, p. 43).



[3]Dialogo della moda e della morte (OM, p. 46, corsivo mio)



[4]Cfr. B. Spinoza, lettera 64 a Schuller, in Id., Epistolario, a c. di A. Droetto, Einaudi, Torino, 1951, p. 260, dove la natura, considerata come individuo totale in continua trasformazione, viene definita appunto “facies totius universi”. Sulla questione dello spinozismo leopardiano e sulla sua particolare declinazione materialistica, cfr. M. Biscuso, Stratonismo e spinozismo. L’invenzione della tradizione materialistica in Leopardi, in C. Santinelli, D. Bostrenghi (a c. di), Spinoza. Ricerche e prospettive: per una storia dello spinozismo in Italia, Bibliopolis, Napoli, 2007, pp. 351-70.



[5]Dialogo della moda e della morte (OM,p. 45, corsivi miei)



[6]Come ha osservato giustamente F. Patriarca, Leopardi e l’invenzione della moda, Gaffi Editore, Roma, 2008, p. 84, nel Dialogo della moda e della morte l’essere umano si presenta non come soggetto, ma come oggetto del discorso: così facendo, Leopardi sembra voler mettere in luce come la moda, al pari della morte, sia il vero “soggetto e l’umanità il suo predicato” o, per così dire, un suo accidente.



[7]R. Bruni,“Dialogo della Moda e della Morte” di Giacomo Leopardi, «Per leggere», n. 21, 2011, p. 40, osservacheLeopardi, dopo aver elencato alcune tra le usanze più assurde introdotte dalla moda, in nota chiama a testimonianza la Chroníca del Perù di Pedro de Cieça e Ippocrate (cfr. OM, p. 46), come a voler sottolineare che “nell’imperio della moda non ci sono differenze sostanziali tra civiltà evolute e civiltà primitive, tra usanze tribali e abitudini tipiche della moda moderna”.   



[8]Dialogo della natura e di un islandese (OM, p. 183). C. Colaiacomo, Post-etica rivoluzionaria. La conquista dell’insensibilità nel discorso leopardiano, «Critica del testo», n. VIII/1, 2005,pp. 512, osserva a questo proposito: “il velocissimo avvicendamento delle mode e dei costumi moderni costituisce una simulazione nella cultura, o nella storia, del ciclo naturale di creazione e distruzione degli esseri”. In generale sull’omologia tra prima e seconda natura in quanto ciclo di produzione e distruzione cfr. anche M. Biscuso, L’altra radice. Naturalismo, immaginazione e moltitudine in Leopardi, in M. Biscuso, F. Gallo (a c. di), Leopardi antitaliano, Manifestolibri, Roma, 1999, pp. 99-126.